Domenica mattina di lavoro
Come le altre.
Giorno grigio, pioggia fine che non molla.
Non è un giorno normale.
Mi cambio.
Si inizia.
No.
E’ toccato a lui stavolta.
Stanotte.
Scendiamo,
.. è ora.
Siamo in tre.
Io sono così piccola che non mi troverei, mi cercassi.
Mi stringo così forte le braccia al petto
da renderle rigide.
Lui non c’è.
Fuori piangono tutti.
Mi ricordo i corpi, visti mille volte.
Quella bionda, poi sì quella con gli occhiali.
Mi ricordo i corpi, i volti no.
Sono tutti deformati.
Anche il mio.
La palla di dolore sembra caricata a molla.
La sento crescere, no la vedo proprio.
Voglio scappare.
Cresce, cresce, e poi.
Lui arriva.
E lì esplode e mi tappa gli occhi e le orecchie.
Piange, e io,
e noi, non riusciamo a parlare.
Piangiamo tutti.
E’ un nostro collega.
Poi lui racconta,
io capisco qualche parola qua e là.
La sofferenza non trattiene più nulla.
Tutto scivola, le parole per prime.
Undici e mezza,
non rispondeva al cellulare,
118
Carabinieri,
Ho capito.
E’ successo.
Incidente.
Nessuno emette un suono.
Nessuno respira.
Se ne è andata a quattordici anni.
Lo sento ancora ripetere:
Non rispondeva al cellulare.
L’ho sentito, lì ho capito...

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